Cinegiornale di attualità



2018  2019

Sempre di più la volontà di usare ogni giorno la piccola Olympus Pen in mezzo formato, la prima del 1959, capace di portare leggerezza naturale nel momento dello scatto, una serena tranquillità, di ottenere risultati fotografici che lascino da parte la ricerca di una fedele restituzione del reale sulla pellicola, ma che trovino la loro ragion d'essere nel pianeta del suggerimento, dell'immaginario, della rottura della superficie.


Estate 2015

Occorre evitare i soggetti troppo appariscenti, già lucenti di lustrini ed esposti agli sguardi, ma senza sorprese; occorre scardinare la superficie delle cose alla ricerca di una visione normale in cui si innesti l'alieno, l'inaspettato, bisogna scartare l'apparenza senza apparizione, farlo è sempre difficile, ma è la strada.



Primavera 2014

Rivedendo gli scatti degli ultimi anni, in modo più distaccato, mi sono reso conto di come i più validi siano quelli fatti a poche centinaia di metri da casa mia, a Milano, nella zona est, la sola che conosca bene (fortunatamente esiste anche qualche eccezione geografica che mi soddisfi). Mi è venuto in mente l'ovvia raccomandazione nella fotografia di paesaggio, che sia meglio tornare in un luogo meritevole quando le condizioni di luce ne esaltino le caratteristiche, e mi sono accorto quanto sia applicabile ai luoghi della città, di norma indegni di uno sguardo approfondito, che risentono oltre che delle variabili atmosferiche dei fari delle automobili, dei lampioni stradali, delle scie dei vagoni della metropolitana. Quanto ho sotto gli occhi tutti i giorni rappresenta il concime di una presa di coscienza estetica più matura e serena, dalla filiera corta, essenziale, senza necessità di passare da mari montagne e tramonti, che fa i conti con il poco tempo che una normale vita lavorativa stanziale con figli può dedicare al produrre immagini. Sto sperimentando il piacere di aggiungere appena due o tre visioni alla settimana, di centellinare il succo, di affinare la composizione degli ingredienti, soppesando la qualità della luce, immaginando la resa con precisione o lasciando una dose di sorpresa a solleticarmi.



La provenienza della luce

E' da qualche mese che sto perseguendo la conoscenza dell'illuminazione sulle cose della città, senza tralasciare quando capita anche paesaggi non cementificati. Mi piace vedere fonti luminose lambire muri e selciati, al di là della fretta in cui normalmente questi manufatti diventano invisibili agli occhi di chi guarda, ormai sublimati nella quotidianità. resi fantasmi senza più fondamenta e ancoraggio alla terra, scoprirli sul vetro smerigliato, accarezzati dalle lampade di un convoglio della metropolitana o dai fari di un'ambulanza, a lungo, con il tempo che vi passa sopra insieme alla luce, mi avvicina alla condizione di un curioso esploratore più giovane di quanto non sia in realtà.



Manifesto

Ancora la faticosa bellezza nei nostri pensieri, ancora la nemica delle scritte sui muri, delle automobili, dei rifiuti sul ciglio della strada!



2013

I mesi di questo anno nero, le altrettanto nere notizie sui quotidiani, costellati di suicidi ricorrenti: tutto questo influenza la mia recente sensibilità fotografica, un vecchio bianco e nero cerca di insinuarsi fra le pieghe di un mondo che ha smesso di essere normale, che ha dimenticato l'appartenenza dell'uomo alla terra, sospeso sulla corda, pronto a cadere, dove la fatica si fa sempre più pesante da sopportare e si intravvedono le ulcere, e non è un bel vedere. La ricerca della bellezza sta prendendosi una pausa in attesa di momenti migliori, ora è il tempo di raccogliere piccoli segni, più vicini al sudore della pelle.



Archeologia - Fotografia

I filtri di Instagram, Hipsamatic e programmi simili, foto con pellicole scadute da anni, pratiche chimiche direttamente dagli albori, chi fotografa il vetro smerigliato di una biottica: sembra che, come rivelato dall'archeologo francese perfido ad Indiana Jones, la spiegazione risieda nel potere del tempo che passa, come se instillare nel fruitore di una fotografia la sensazione che quell'immagine sia riuscita a sopravvivere ai danni fisici degli anni ne accentui il valore intrinseco, considerata la sua acclarata forza e resistenza  nell'invecchiare bene, con le rughe al posto giusto, al di là della reale bellezza della stessa. Il fascino di queste visioni è innegabile. Per parte mia ho tirato fuori la vecchia Ernemann che mi aveva lasciato mio padre, cent'anni di macchina fotografica che non usavo più da venti, controllato il soffietto, verificato che la posa T funzioni ancora: se devo divertirmi con fotografie nate vecchie che lo faccia davvero!



Rolleiflex o il piacere della visione

Il clack del sollevamento del pozzetto e la subitanea apparizione a lati invertiti di ciò che sta davanti all'obiettivo, enfatizzata dal vetrino   Mamiya adattato per la F o la T, più nitido degli originali, e la contemporanea certezza che la visione in 3D senza ausilio di occhialini aggiunti sia in realtà vecchia di decenni, se basta inclinare il capo e fare scorrere lo sguardo sulla fine smerigliatura, godendo degli occhi altrui, delle foglie, dei colori, di qualsivoglia oggetto inquadrato che abbia la ventura di stagliarsi nel vetro di messa a fuoco come il più importante, il solo importante, per il fotografo  in quel momento e in quel luogo teso ad afferrare il mutevole e  sfuggente senso della forma della bellezza.
Come mi accade con lo Sbooi, il guardare attraverso mezzi ottici così appaganti vale da solo il prezzo del biglietto d'ingresso.





2012

E' un periodo della  vita in cui il percorso della mia inclinazione estetica è sempre più focalizzato verso la fotografia difettata, a volte magari un po' storta, in cui primi piani disturbanti vanno a sovrapporsi al sogetto principale, segni che il topo dal suo punto di vista riconosce però come abituali, nel suo girovagare in periferie piene di detriti e tentativi. Mi sento stanco di immagini perfettine, il topo annusa il terreno e si muove di conseguenza, alza la testa e la volge di qua e di là in cerca di cibo, proteine per la crescita del cervello a fronte del tempo che si consuma, per combattere questa deriva il topo si cristallizza in pose inusualmente lunghe, a ricordarsi quando quarant'anni prima al cinema sotto casa fra le sedie di legno scricchiolanti restava stupito di fronte ad un effetto notte, e così volendo continuare a provare quella sensazione ricerca la strada inversa, lasciando che la visione subisca un dilatarsi da posa B (o meglio T, più sobria), cercando di trasformare la luce della notte in giorno assolato, magari con più astri a segnare il terreno con più ombre, e pensa di colpo che il cinema non può arrivare a tanto con tutti i suoi trucchi, e nemmeno la tecnologia digitale troppo sensibile alla sovraesposizione, solo la pellicola fotografica può funzionare, con suo difetto intrinseco di accumulazione della luce in modo non lineare. Il topo vendica le sue cugine cavie da laboratorio sperimentando con centenarie invenzioni chimiche, stirandone il carattere in lunghe sovrapposizioni fotoniche.




Datazione

A Milano, nel mai lodato abbastanza Spazio Forma, c'è ora una mostra di Jacques Henry Lartigue, autore degli anni dieci e venti divenuto famoso negli anni sessanta, in cui viaggiano nel tempo le sue immagini di inizio secolo, candide e solari, semplici e pungenti, ironiche e partecipi. Entrando a destra, da sola, è appesa una fotografia di un papà a torso nudo che tiene al petto suo figlio nato da pochi giorni, con un sorriso radioso di gioia; accanto al nome del ritrattato la didascalia riporta il luogo e una data: Parigi 1944. Con  quattro cifre l'immagine assume un doppio piano di lettura, mi viene da pensare a quell'uomo e a quell'ultimo possibile  sorriso prima di una pallottola ricevuta nell' ultima battaglia, e subito dopo, in antitesi, all'ormai avvenuta liberazione della capitale di Francia, finalmente una risata al futuro spazzando via temporali di sangue e guerra.
Non so chi possa aver conosciuto nel tempo quale sia la giusta interpretazione (naturalmente spero  la seconda, la liberazione di Parigi avvenne il 25 agosto 1944),  ma mi piace rimarcare come
solo guardando una bella fotografia, un luogo e una data scritti a fianco permettano alle idee di viaggiare  per  fantasie,  collegamenti e ipotesi che vanno al di là della pura soddisfazione estetica.



Combinazione
 

Per combinazione i due fotografi che più mi piacciono  in questo 2011 hanno le stesse iniziali: S.L.
Saul Leiter per il colore e Sergio Larrain per il bianco e nero. Mi sembrano vedere il mondo secondo quello che dovrebbe essere, la sorpresa nelle cose normali di tutti i giorni; e fotografare dietro l'angolo di casa, ambito più che sufficiente a coprire la distanza dalla bellezza e dallo stupore. Diceva Robert Frank: mai più esotismo!  Credo che quello che conta di più nel tempo precedente l'atto dello scattare con una macchina fotografica è il camminare e l'essere capace di stupefazione, ma non solo ogni tanto, bensì tutti i giorni. Questo sconfina nella pratica Zen, il saper reiterare nel proprio spirito un livellamento e una apertura giornaliera, azzerare gli stimoli vecchi e rendere la superficie ricettiva nuovamente vuota e in grado di essere riempita. La dimensione spaziale di questa disciplina quotidiana può essere dettata solo dal cammino (anche la bicicletta va troppo veloce), passo dopo passo a vedere scorrere cose e situazioni, fili che legano impressioni visive, prospettive, sfondi, primi piani, colori, e a presiedere tutto questo lo stato d'aver tempo come condizione, come privilegio.